#ReImmigrazione
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Protezione complementare e integrazione_ il laboratorio giuridico del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”
Buongiorno, io sono l’Avvocato Fabio Loscerbo e questo è un nuovo episodio del podcast Integrazione o ReImmigrazione. Oggi parliamo di un tema centrale, spesso frainteso, ma decisivo per capire dove sta andando il diritto dell’immigrazione in Italia: la protezione complementare come unico vero laboratorio giuridico del paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Prendo le mosse da una decisione concreta, reale, della Commissione territoriale di Genova del 18 dicembre 2025. Non per commentare il singolo caso, ma perché quella decisione fotografa in modo estremamente chiaro una trasformazione profonda del nostro ordinamento. La Commissione nega lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria, ma attiva il meccanismo dell’articolo 19 del Testo Unico Immigrazione. E questo passaggio è tutt’altro che neutro. Significa che lo Stato riconosce che l’allontanamento non può avvenire, non per una generica vulnerabilità, non per ragioni umanitarie astratte, ma perché l’integrazione raggiunta dal soggetto ha ormai una rilevanza giuridica tale da rendere l’espulsione illegittima. Qui sta il punto. La protezione complementare è l’unico istituto del nostro ordinamento in cui la permanenza sul territorio non è fondata su un titolo formale, su un contratto, su un vincolo familiare o su un rischio nel Paese di origine. È fondata sull’integrazione. Un’integrazione concreta, verificabile, misurabile. Lavoro, relazioni sociali, stabilità abitativa, rispetto delle regole. Non dichiarazioni di principio, ma fatti. Ed è per questo che la protezione complementare non è una protezione “minore”, come spesso viene raccontata. È, al contrario, la forma più evoluta di regolazione giuridica della presenza dello straniero. Perché non sospende il potere dello Stato, non lo indebolisce, ma lo esercita in modo razionale. Dice una cosa molto semplice: chi si integra può restare, perché la sua presenza è ormai parte dell’ordine giuridico e sociale; chi non si integra non può rivendicare una permanenza indefinita. Da qui nasce il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”. Non come slogan politico, ma come esito coerente del diritto positivo. La protezione complementare dimostra che l’integrazione non è un obiettivo retorico, ma un criterio giuridico. E se l’integrazione diventa il criterio, allora la ReImmigrazione non è una punizione, non è una ritorsione, ma la conseguenza fisiologica del mancato inserimento. È il percorso di risulta di un sistema che non promette accoglienza incondizionata, ma riconosce diritti in cambio di responsabilità. Questo è il passaggio che spesso manca nel dibattito pubblico. Si parla di integrazione come se fosse un valore morale, qualcosa di vago, di indefinito. In realtà, la protezione complementare ci dice che l’integrazione è già oggi una categoria giuridica operativa. L’unica, nel nostro ordinamento, capace di legare in modo diretto il diritto a restare al comportamento tenuto sul territorio. Ed è per questo che insisto nel dire che la protezione complementare è il laboratorio del futuro. Non perché risolva tutto, ma perché mostra una strada possibile. Una strada in cui lo Stato non rinuncia al controllo, ma lo esercita in modo selettivo e razionale. Una strada in cui restare non è un diritto automatico, ma una conseguenza dell’integrazione. E in cui tornare non è una sconfitta, ma l’esito naturale di un patto che non si è realizzato. Su questo terreno si gioca la vera partita dei prossimi anni. Non tra accoglienza e respingimento, ma tra integrazione reale e ReImmigrazione ordinata. La protezione complementare, piaccia o no, è già lì a dimostrarlo. Se vuoi approfondire questi temi, puoi leggere gli articoli su http://www.reimmigrazione.com, seguirmi sui miei canali o ascoltare gli altri episodi del podcast Integrazione o ReImmigrazione. Alla prossima puntata.
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January 18, 2026 at 9:46 AM
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Integrazione o ReImmigrazione: un paradigma per le democrazie occidentali
Integrazione o ReImmigrazione: un paradigma per le democrazie occidentali Benvenuti all’episodio finale del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”. Con questa puntata si chiude un percorso lungo, articolato e volutamente rigoroso, che ha attraversato il diritto dell’immigrazione non dal punto di vista dell’emergenza o dell’emotività, ma da quello della struttura dello Stato di diritto. Non per offrire soluzioni semplici a problemi complessi, ma per rimettere ordine dove per troppo tempo ha regnato la confusione. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” non nasce come slogan politico, né come proposta identitaria. Nasce come risposta sistemica a una crisi evidente delle democrazie occidentali: l’incapacità di governare l’immigrazione in modo coerente, continuo e credibile. Una crisi che non riguarda solo l’immigrazione, ma la tenuta stessa del principio di legalità. Nel corso degli episodi abbiamo visto come il sistema abbia progressivamente smarrito i suoi pilastri: l’ingresso trasformato in pretesa, la permanenza intesa come irreversibile, la protezione caricata di funzioni che non le appartengono, l’integrazione ridotta a formula retorica, l’uscita rimossa come evento eccezionale. In questo quadro, lo Stato ha continuato a decidere senza eseguire, a proteggere senza verificare, a integrare senza distinguere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema fragile, percepito come ingiusto sia da chi rispetta le regole sia da chi le subisce, incapace di produrre integrazione reale e allo stesso tempo incapace di chiudere i percorsi che non funzionano. È in questo vuoto che si inserisce il paradigma che abbiamo costruito. Integrazione o ReImmigrazione non è una scelta ideologica tra apertura e chiusura. È una struttura binaria funzionale, che restituisce al diritto dell’immigrazione la sua logica originaria: ingresso condizionato, permanenza verificata, integrazione come esito possibile, ritorno come conseguenza ordinaria quando le condizioni vengono meno. Non tutto insieme, non tutto sempre, ma secondo un ordine. Questo paradigma è profondamente compatibile con le democrazie occidentali proprio perché ne valorizza i principi fondanti. Centralità della persona, tutela dei diritti fondamentali, legalità dell’azione amministrativa, controllo giurisdizionale, responsabilità individuale. Nulla di tutto ciò viene sacrificato. Al contrario, viene sottratto alla retorica e riportato nella concretezza del diritto. Le democrazie occidentali non sono in crisi perché accolgono. Sono in crisi perché non decidono fino in fondo. Perché confondono la garanzia con l’inerzia. Perché temono il conflitto giuridico più dell’ingiustizia sistemica. In questo senso, la ReImmigrazione non è una rottura, ma una ricomposizione. Non è una negazione dei diritti, ma una condizione per renderli sostenibili nel tempo. Il paradigma che proponiamo non promette integrazione universale, né pretende di risolvere ogni contraddizione. Promette qualcosa di più modesto e più serio: coerenza. Coerenza tra ciò che lo Stato dice e ciò che fa. Tra le regole scritte e le decisioni eseguite. Tra le opportunità offerte e le responsabilità richieste. Integrazione, in questo quadro, torna a essere un percorso esigente e quindi credibile. ReImmigrazione, a sua volta, diventa una funzione ordinaria, non una minaccia simbolica. Due esiti alternativi, entrambi legittimi, entrambi regolati, entrambi compatibili con lo Stato di diritto. Questo paradigma non riguarda solo l’Italia. Riguarda l’Europa, gli Stati Uniti, tutte le democrazie occidentali chiamate a confrontarsi con flussi migratori strutturali, non emergenziali. Riguarda la capacità di questi sistemi di restare aperti senza dissolversi, inclusivi senza rinunciare alla legalità, garantisti senza diventare impotenti. “Integrazione o ReImmigrazione” è, in definitiva, una proposta di maturità istituzionale. Accettare che non tutti i percorsi riescono. Accettare che la tutela ha dei confini. Accettare che decidere comporta conseguenze. Solo così le democrazie possono continuare a governare fenomeni complessi senza tradire se stesse. Con questo episodio si chiude il podcast, ma non il dibattito. Perché questo paradigma non chiede adesione emotiva, ma confronto giuridico. Non chiede slogan, ma applicazione. Non chiede consenso immediato, ma serietà. Grazie per aver seguito questo percorso. Continueremo ad approfondire, discutere e sviluppare questi temi, perché il futuro delle democrazie occidentali passa anche – e soprattutto – da come sapranno governare l’immigrazione.
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December 26, 2025 at 12:47 PM
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La ReImmigrazione come funzione ordinaria dello Stato
La ReImmigrazione come funzione ordinaria dello Stato Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”. Nel precedente episodio abbiamo chiarito il significato, i confini e il fondamento giuridico della ReImmigrazione, distinguendola nettamente da slogan politici e da letture ideologiche. In questa puntata affrontiamo un passaggio ulteriore e decisivo: la ReImmigrazione non come evento eccezionale, non come misura emergenziale, ma come funzione ordinaria dello Stato. Perché uno Stato che governa l’immigrazione fino in fondo non può fermarsi alla decisione, ma deve essere in grado di chiudere il ciclo. Uno degli errori strutturali del sistema contemporaneo è aver trasformato il ritorno in un’anomalia. L’ingresso è pianificato, regolato, amministrato. La permanenza è disciplinata, rinnovata, verificata. L’uscita, invece, è spesso lasciata all’improvvisazione, alla contingenza, alla retorica dell’“ultimo rimedio”. Ma in un ordinamento giuridico coerente, l’uscita è una fase fisiologica, non una patologia. Ogni rapporto amministrativo ha un inizio, uno sviluppo e una possibile conclusione. Questo vale per le autorizzazioni, per le concessioni, per i titoli abilitativi. Non c’è ragione per cui il soggiorno dello straniero debba fare eccezione. Trattare la ReImmigrazione come funzione ordinaria significa, semplicemente, applicare al diritto dell’immigrazione la stessa logica che governa ogni altro settore dell’azione amministrativa. La ReImmigrazione diventa funzione ordinaria quando lo Stato smette di viverla come un fallimento politico e inizia a considerarla una conseguenza giuridica. Non è il segno che il sistema non ha funzionato, ma il segno che il sistema ha funzionato fino in fondo, distinguendo tra percorsi riusciti e percorsi non riusciti. Uno Stato che non chiude mai i rapporti che non funzionano non è più inclusivo: è indeciso. Questa ordinaria funzione richiede, innanzitutto, decisione. Decisione di valutare, di motivare, di concludere. Ma la decisione, da sola, non basta. Deve essere seguita dall’esecuzione. Ed è proprio qui che si manifesta una delle maggiori debolezze dello Stato contemporaneo: la frattura tra la decisione formale e la sua attuazione concreta. Uno Stato che decide ma non esegue perde autorità. Non perché sia severo o indulgente, ma perché è incoerente. La ReImmigrazione come funzione ordinaria presuppone apparati amministrativi adeguati, cooperazione internazionale, strumenti di rimpatrio efficaci e procedure chiare. Non si tratta di “fare di più”, ma di fare ciò che già si è deciso di fare. Trattare la ReImmigrazione come evento eccezionale produce effetti distorsivi anche sul piano dell’integrazione. Se il ritorno è sempre percepito come improbabile, rinviabile o ineseguibile, la responsabilità individuale perde peso. Le regole diventano negoziabili. Le condizioni del soggiorno si svuotano di significato. Al contrario, quando l’uscita è una possibilità reale e ordinaria, l’integrazione torna a essere una scelta responsabile, non una scommessa unilaterale dello Stato. È importante chiarire che la ReImmigrazione ordinaria non è incompatibile con le garanzie. Al contrario, le presuppone. Una funzione ordinaria è una funzione regolata, procedimentalizzata, sindacabile. Non è l’arbitrio, ma l’opposto dell’arbitrio. È la prevedibilità dell’azione pubblica che tutela tutti: cittadini, stranieri integrati e istituzioni. Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, la ReImmigrazione come funzione ordinaria rappresenta il completamento del sistema. Senza di essa, l’integrazione resta una promessa non verificabile. Con essa, l’integrazione diventa un percorso serio, perché alternativo a un esito altrettanto serio. La possibilità del ritorno rende credibile la possibilità di restare. C’è anche un profilo di onestà istituzionale. Uno Stato che ammette che non tutti i percorsi riescono e che organizza il ritorno in modo ordinato e legittimo è uno Stato che guarda la realtà senza infingimenti. Evita l’ipocrisia dell’irregolarità tollerata e restituisce trasparenza al sistema. La ReImmigrazione come funzione ordinaria non è, quindi, una chiusura ideologica, ma una apertura alla coerenza. È ciò che consente allo Stato di governare l’immigrazione come un ciclo completo: ingresso, permanenza, integrazione oppure ritorno. Nel prossimo episodio affronteremo un passaggio ancora più operativo: gli strumenti, gli apparati e la capacità di esecuzione, perché senza strutture adeguate anche la funzione ordinaria più corretta resta sulla carta. Vedremo perché, senza enforcement, il diritto dell’immigrazione è destinato a restare incompiuto.
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December 26, 2025 at 12:44 PM
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ReImmigrazione: significato, confini e fondamento giuridico
ReImmigrazione: significato, confini e fondamento giuridico Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”. Dopo aver affrontato il fallimento dell’integrazione come dato giuridico e non come tabù politico, è arrivato il momento di chiarire in modo diretto e sistematico il concetto che dà il titolo a questo podcast e che, più di ogni altro, genera equivoci, reazioni emotive e fraintendimenti: la ReImmigrazione. Capirne il significato, i confini e il fondamento giuridico è indispensabile per uscire dal terreno dello slogan e rientrare in quello del diritto. La prima operazione necessaria è una chiarificazione terminologica. La ReImmigrazione non è una parola ideologica, non è una categoria morale, non è una proposta identitaria. È una categoria funzionale, che descrive la fase conclusiva di un rapporto giuridico che non ha prodotto integrazione. È, in altri termini, il ritorno dello straniero nel Paese di origine o di provenienza come esito coerente di un percorso valutato e concluso dallo Stato. La ReImmigrazione non coincide con altre nozioni che circolano nel dibattito pubblico. Non è “espulsione punitiva”, non è “remigrazione” in senso politico o collettivo, non è una misura indiscriminata. È una decisione individuale, fondata su una valutazione concreta, che interviene quando vengono meno le condizioni giuridiche per la permanenza. La sua funzione non è escludere, ma chiudere ordinatamente un rapporto. Dal punto di vista giuridico, la ReImmigrazione non introduce nulla di estraneo allo Stato di diritto. Al contrario, si colloca nel cuore della sua logica. Ogni rapporto amministrativo è per definizione reversibile. Ogni titolo è condizionato. Ogni permanenza è subordinata al rispetto delle regole che la giustificano. Quando queste regole vengono violate o quando il percorso di integrazione fallisce, il diritto non può restare neutro. Deve produrre una conseguenza. Il fondamento giuridico della ReImmigrazione risiede proprio in questa struttura condizionata del soggiorno. Non esiste, nel nostro ordinamento, un diritto generale e incondizionato a restare. Esiste il diritto a una valutazione corretta, proporzionata e motivata. Esiste il diritto alla tutela dei diritti fondamentali. Ma non esiste un diritto all’irreversibilità della permanenza. La ReImmigrazione è l’altra faccia della protezione condizionata e dell’integrazione esigente. È importante sottolineare che la ReImmigrazione non è incompatibile con i diritti umani. Al contrario, ne presuppone il rispetto. Il ritorno non è legittimo se comporta violazioni di obblighi inderogabili. È per questo che la ReImmigrazione opera dopo e insieme alle tutele, non contro di esse. Prima si verifica se il rimpatrio è giuridicamente possibile, poi si decide. Non c’è automatismo, non c’è cieca applicazione, ma valutazione. Un altro equivoco da chiarire riguarda il rapporto tra ReImmigrazione e integrazione. La ReImmigrazione non nega l’integrazione, la completa. Un sistema che prevede solo l’integrazione come esito possibile è un sistema ideologico, non giuridico. Un sistema che prevede anche la possibilità del ritorno è un sistema realistico. L’alternativa Integrazione o ReImmigrazione non è una minaccia, ma una struttura coerente: o il percorso funziona, oppure si chiude. In questo senso, la ReImmigrazione è anche uno strumento di tutela dell’integrazione riuscita. Perché distingue. Perché separa i percorsi. Perché evita che comportamenti incompatibili vengano assorbiti e normalizzati. Senza questa distinzione, l’integrazione perde valore e diventa indifferenziata. C’è poi un profilo istituzionale decisivo. La ReImmigrazione restituisce allo Stato la capacità di decidere fino in fondo. Uno Stato che accoglie ma non riesce mai a chiudere i rapporti che non funzionano è uno Stato incompleto. Decide solo a metà. Governa solo in entrata. La ReImmigrazione riequilibra il sistema, riportando simmetria tra ingresso, permanenza e uscita. Questo non significa negare la complessità delle situazioni individuali. Significa affrontarla con strumenti giuridici adeguati. La ReImmigrazione non è una scorciatoia, ma un percorso che richiede procedure, garanzie, motivazioni. Proprio per questo è preferibile all’inerzia, che produce irregolarità di fatto senza responsabilità formale. Nel paradigma che stiamo costruendo, la ReImmigrazione non è l’obiettivo, ma una possibilità strutturale. L’obiettivo resta l’integrazione riuscita. Ma perché questo obiettivo sia credibile, deve esistere anche l’esito opposto. Senza alternativa, non c’è scelta. Senza scelta, non c’è responsabilità. Nel prossimo episodio affronteremo un ulteriore passaggio fondamentale: la ReImmigrazione come funzione ordinaria dello Stato, non come evento eccezionale. Vedremo perché il ritorno deve essere pensato, organizzato e gestito come parte integrante del ciclo migratorio e perché senza capacità di esecuzione anche la migliore decisione resta vuota.
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December 26, 2025 at 12:42 PM
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Il comportamento conta: integrazione riuscita o ReImmigrazione
Il comportamento conta: integrazione riuscita o ReImmigrazione Benvenuti a un nuovo episodio del podcast “Integrazione o ReImmigrazione”. Con questa puntata arriviamo a uno dei nodi più delicati, ma anche più decisivi, dell’intero percorso: il ruolo del comportamento individuale nel diritto dell’immigrazione. Un tema spesso rimosso, evitato o trattato con imbarazzo, perché viene immediatamente confuso con un giudizio morale o con una valutazione ideologica. In realtà, nel sistema giuridico, il comportamento non è mai una categoria morale. È una categoria giuridica. E nel governo dell’immigrazione, il comportamento conta più di quanto si voglia ammettere. Negli episodi precedenti abbiamo chiarito che la permanenza è un processo, che la protezione è condizionata, che la procedura e l’identità sono presupposti essenziali. Tutto questo converge in un punto centrale: come lo straniero si comporta nel tempo. Non ciò che dichiara, non ciò che promette, ma ciò che fa concretamente. Il comportamento è il modo in cui il rapporto giuridico prende forma nella realtà. Uno degli errori più gravi del dibattito contemporaneo è aver separato l’integrazione dal comportamento. Si parla di integrazione come di un fatto quasi culturale, sociologico, talvolta emotivo, sganciato dal rispetto delle regole. Ma nel diritto, l’integrazione non è un sentimento e non è una narrazione. È un insieme di condotte verificabili: rispetto delle leggi, adesione alle regole comuni, correttezza nei rapporti con le istituzioni, assenza di pericolosità sociale, cooperazione procedurale. Quando questi elementi vengono ignorati, l’integrazione perde ogni contenuto giuridico e diventa una parola vuota. E quando una parola perde contenuto, può significare tutto e il contrario di tutto. È esattamente ciò che è accaduto negli ultimi anni: l’integrazione è stata invocata anche in presenza di comportamenti incompatibili con la convivenza civile, creando una frattura profonda tra diritto formale e percezione sociale. Nel diritto dell’immigrazione, il comportamento non serve a “punire”, ma a distinguere. Distinguere chi utilizza correttamente le opportunità offerte dallo Stato da chi le strumentalizza. Distinguere chi costruisce un percorso di integrazione reale da chi rifiuta le regole pur beneficiando delle tutele. Senza questa distinzione, il sistema diventa cieco e, di conseguenza, ingiusto. È importante dirlo con chiarezza: non esiste integrazione riuscita senza rispetto delle regole. Il lavoro, la lingua, la permanenza nel tempo non possono compensare comportamenti incompatibili con l’ordinamento. E allo stesso modo, non può esistere tutela indefinita in presenza di condotte che dimostrano un rifiuto sistematico delle condizioni del soggiorno. Questo non è rigore ideologico, è coerenza giuridica. Nel paradigma “Integrazione o ReImmigrazione”, il comportamento è il vero spartiacque. Non l’origine, non la nazionalità, non la condizione economica. Il comportamento. È su questo piano che lo Stato deve esercitare la sua funzione di valutazione. Chi si integra davvero, dimostrandolo nei fatti, deve poter proseguire il proprio percorso. Chi, invece, viola ripetutamente le regole, rifiuta la cooperazione, manifesta pericolosità o disprezzo per l’ordinamento, non può pretendere una permanenza senza conseguenze. Questo passaggio è spesso accusato di essere “duro”. In realtà è l’unico che rende l’integrazione credibile. Un sistema che non reagisce al comportamento negativo non protegge l’integrazione, la distrugge. Perché manda un messaggio chiaro: rispettare le regole è irrilevante. E quando questo messaggio passa, a pagare il prezzo sono proprio gli stranieri che si integrano davvero, che vedono svalutato il loro percorso. La ReImmigrazione, in questo quadro, non è una misura estrema o ideologica. È l’esito giuridico coerente di un comportamento incompatibile con la permanenza. Non riguarda tutti, non riguarda categorie astratte, ma situazioni individuali valutate caso per caso. È il momento in cui lo Stato chiude un rapporto che non ha prodotto integrazione, nonostante le opportunità offerte. Continuare a separare integrazione e comportamento significa condannare il sistema all’ipocrisia. Significa affermare principi che poi non trovano riscontro nella realtà. Al contrario, ricondurre il comportamento al centro del diritto dell’immigrazione significa restituire serietà sia alla tutela sia all’integrazione. Con questo episodio si chiude la prima parte del nostro percorso, dedicata alla costruzione del sistema e ai suoi presupposti. Nel prossimo episodio entreremo in una fase ancora più delicata: il fallimento dell’integrazione come dato giuridico, non come tabù politico, e vedremo perché ignorarlo non rende la società più inclusiva, ma solo più fragile.
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December 26, 2025 at 12:27 PM
Senza confini giuridici chiari non esiste né integrazione né reimmigrazione.

Il diritto penale è, per definizione, extrema ratio. Anche quando si confronta con l’immigrazione e il diritto di asilo.
December 13, 2025 at 10:19 AM
Occupazioni, aggressioni, rifiuto delle regole: i casi dei regolari non integrati non possono più essere ignorati.
La soluzione è strutturale.
🔗 reimmigrazione.com/2025/12/08/i...

#Reimmigrazione #IntegrazioneOReimmigrazione #Immigrazione #Italia
Il fallimento dell’integrazione silenziosa: cosa insegnano i casi degli “inquilini regolari” che non rispettano la legge
Nel dibattito italiano sull’immigrazione domina ancora una distinzione artificiale tra irregolari da rimpatriare e regolari da proteggere. È una lettura conveniente, ma non risponde alla realtà. In…
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December 8, 2025 at 3:51 PM
Essere “regolari” non significa essere integrati. La cronaca parla chiaro.
Qui analizzo perché l’Italia deve superare l’integrazione solo formale.
🔗 reimmigrazione.com/2025/12/08/i...

#Reimmigrazione #IntegrazioneOReimmigrazione #Legalità #PoliticheMigratorie
Il fallimento dell’integrazione silenziosa: cosa insegnano i casi degli “inquilini regolari” che non rispettano la legge
Nel dibattito italiano sull’immigrazione domina ancora una distinzione artificiale tra irregolari da rimpatriare e regolari da proteggere. È una lettura conveniente, ma non risponde alla realtà. In…
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December 8, 2025 at 3:51 PM
L’integrazione non è un fatto automatico: i casi degli inquilini regolari che violano le regole lo dimostrano.
Serve un cambio di paradigma: Integrazione o ReImmigrazione.
🔗 reimmigrazione.com/2025/12/08/i...

#Reimmigrazione #IntegrazioneOReimmigrazione #Immigrazione #Sicurezza
Il fallimento dell’integrazione silenziosa: cosa insegnano i casi degli “inquilini regolari” che non rispettano la legge
Nel dibattito italiano sull’immigrazione domina ancora una distinzione artificiale tra irregolari da rimpatriare e regolari da proteggere. È una lettura conveniente, ma non risponde alla realtà. In…
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December 8, 2025 at 3:50 PM
Cittadinanza e ricongiungimenti: più selettivi sì, ma senza un modello di integrazione restano riforme a metà. L’analisi completa qui:
🔗 reimmigrazione.com/2025/12/08/c...

#Reimmigrazione #IntegrazioneoReImmigrazione #Immigrazione
Cittadinanza, integrazione e sicurezza: la proposta Morrone–Molinari–Andreuzza–Bisa–Maccanti (A.C. 2613) cambia davvero il paradigma?
La proposta di legge presentata dai deputati Morrone, Molinari, Andreuzza, Bisa e Maccanti rappresenta uno dei tentativi più organici degli ultimi anni di rivedere la disciplina della cittadinanza …
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December 8, 2025 at 3:24 PM
La proposta Morrone–Molinari–Andreuzza–Bisa–Maccanti riscrive davvero il modello italiano di cittadinanza? Un’analisi chiara e senza sconti.
🔗 reimmigrazione.com/2025/12/08/c...

#Reimmigrazione #IntegrazioneoReImmigrazione #Cittadinanza
Cittadinanza, integrazione e sicurezza: la proposta Morrone–Molinari–Andreuzza–Bisa–Maccanti (A.C. 2613) cambia davvero il paradigma?
La proposta di legge presentata dai deputati Morrone, Molinari, Andreuzza, Bisa e Maccanti rappresenta uno dei tentativi più organici degli ultimi anni di rivedere la disciplina della cittadinanza …
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December 8, 2025 at 3:23 PM
📣 New Podcast! "“Civilizational Erasure”_ perché l’Italia deve scegliere subito tra integrazione reale e ReImmigrazione" on @Spreaker
“Civilizational Erasure”_ perché l’Italia deve scegliere subito tra integrazione reale e ReImmigrazione
“Civilizational Erasure”: perché l’Italia deve scegliere subito tra integrazione reale e ReImmigrazione Benvenuti a questo nuovo episodio di “Integrazione o ReImmigrazione”. Oggi affrontiamo un tema che sta entrando con forza nel dibattito internazionale e che, inevitabilmente, tocca anche il nostro Paese: la diagnosi formulata dagli Stati Uniti nella National Security Strategy 2025, dove per la prima volta un governo americano parla esplicitamente del rischio di “civilizational erasure”, cioè della cancellazione o dissoluzione della civiltà europea. Non è una formula giornalistica, non è un’esagerazione mediatica: è il testo ufficiale con cui l’amministrazione americana descrive la traiettoria attuale dell’Europa. E quando un attore strategico come gli Stati Uniti utilizza concetti di questo peso, significa che non siamo più davanti a uno scenario astratto ma a una tendenza osservata, documentata e ritenuta credibile. Il passaggio centrale della Strategia è quello che afferma che, continuando così, l’Europa potrebbe diventare irriconoscibile nel giro di vent’anni. Gli Stati Uniti collegano questo rischio a una serie di fattori: politiche migratorie fallimentari, incapacità di integrare chi arriva, perdita di coesione culturale, crisi demografica, tendenza a reprimere il dissenso invece di ascoltarlo, e soprattutto un declino della fiducia nelle proprie radici. In altre parole, non è solo un tema economico o di sicurezza: è una questione che riguarda la sopravvivenza stessa dell’identità europea. Se guardiamo all’Italia, molti di questi elementi li vediamo ogni giorno. Abbiamo un sistema che accoglie senza criteri chiari, che permette irregolarità croniche, che non distingue tra chi vuole realmente far parte della comunità nazionale e chi, invece, rimane ai margini o addirittura in conflitto con le nostre regole. Non esiste una struttura che misuri l’integrazione in modo serio e vincolante. Abbiamo normative che si preoccupano delle procedure, ma raramente degli esiti concreti. E questo produce una distorsione: l’integrazione diventa un concetto astratto, non un obbligo; la permanenza diventa automatica, non condizionata; e l’identità collettiva diventa un tema impronunciabile, non la premessa indispensabile per qualsiasi convivenza. Il paradigma “Integrazione o ReImmigrazione” nasce proprio dalla necessità di riportare razionalità, ordine e responsabilità dentro questo quadro. Non propone chiusure ideologiche e non trasforma la migrazione in un problema in sé. Al contrario, afferma un principio semplice, che coincide con quello espresso anche nella Strategia americana: chi entra nel Paese contribuisce a definirne il futuro. E per questo chi entra deve assumersi precisi obblighi di integrazione. Lavoro, lingua e rispetto delle regole non sono elementi opzionali: sono la condizione per poter diventare parte della comunità nazionale. E se questo percorso non avviene, non può esserci una permanenza illimitata; deve prevalere il principio di ReImmigrazione, che significa ritorno nel Paese d’origine o in un Paese terzo sicuro quando l’integrazione non è possibile o non viene perseguita. Ciò che colpisce nella lettura della NSS è che il tema identitario non viene trattato come una questione emotiva o culturale, ma come un fattore di sicurezza nazionale. Un Paese che perde la propria coesione interna riduce inevitabilmente la sua capacità di governare i fenomeni sociali, economici e politici. Da qui il messaggio: l’identità non è un optional, ma una risorsa strategica. E questo vale per gli Stati Uniti come per l’Italia. Il nostro Paese può accogliere nuove energie, nuovi talenti, nuove persone che vogliono costruire il proprio futuro qui, ma a condizione che accettino il patto comunitario, che rispettino le regole e che contribuiscano alla stabilità, non alla frammentazione. La differenza tra accoglienza senza criteri e integrazione con obblighi è la differenza tra un sistema che subisce la realtà e un sistema che la governa. Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione non vuole escludere; vuole rendere sostenibile ciò che oggi, di fatto, non lo è. Vuole garantire che la migrazione non diventi una forza centrifuga che disgrega la società, ma una componente che può rafforzarla solo se incanalata in modo responsabile. Il giudizio americano sull’Europa è severo, e probabilmente proprio per questo prezioso: ci costringe a guardare le cose come sono, senza retorica. Un continente che perde la propria identità perde anche la propria capacità di decidere il futuro. L’Italia oggi ha una scelta: continuare su un modello che genera irregolarità, precarietà e conflitti, oppure adottare un sistema che mette al centro integrazione reale, responsabilità individuale e tutela dell’identità nazionale. Questa scelta non riguarda solo la politica migratoria: riguarda il destino del Paese. Il messaggio della puntata di oggi è semplice: l’Italia ha ancora la possibilità di scegliere. Ma il tempo non è infinito. Se gli Stati Uniti parlano apertamente di rischio di dissoluzione culturale in Europa, è perché vedono processi che noi, vivendo immersi nel dibattito quotidiano, facciamo fatica a riconoscere. Il paradigma Integrazione o ReImmigrazione offre una strada per invertire questa rotta, trasformando la gestione della migrazione in una politica di sicurezza, di stabilità e di coesione. Un modello che punta a integrare chi vuole diventare parte dell’Italia e a non trattenere chi questa scelta non la compie. Grazie per aver ascoltato questo episodio. Continueremo a esplorare questi temi con profondità, rigore e chiarezza, perché il futuro dell’Italia passa inevitabilmente dalla capacità di costruire un modello di integrazione serio, credibile e fondato sulla responsabilità reciproca. A presto nel prossimo episodio di “Integrazione o ReImmigrazione”.
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December 8, 2025 at 2:31 PM
Schema: diritto → realtà → politica
• Diritto: strumenti già esistono
• Realtà: non vengono applicati correttamente
• Politica: ReImmigrazione come architettura stabile
reimmigrazione.com/2025/12/06/r...

#remigrazione #IntegrazioneOReImmigrazione
Remigrazione e realtà normativa: il paradigma Integrazione o ReImmigrazione come soluzione strutturale
di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36 L’impressione che spesso si ricava dal dibattito pubblico è quella di uno scarto cr…
reimmigrazione.com
December 8, 2025 at 2:05 PM
Schema: problema → errore → soluzione
• Problema: caos nel dibattito sulla remigrazione
• Errore: ignorare il quadro normativo italiano
• Soluzione: paradigma Integrazione o ReImmigrazione
reimmigrazione.com/2025/12/06/r...

#remigrazione #IntegrazioneOReImmigrazione
Remigrazione e realtà normativa: il paradigma Integrazione o ReImmigrazione come soluzione strutturale
di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36 L’impressione che spesso si ricava dal dibattito pubblico è quella di uno scarto cr…
reimmigrazione.com
December 8, 2025 at 2:04 PM
L’Italia non può permettersi risposte emotive: serve una strategia strutturale. Qui spiego perché il paradigma Integrazione o ReImmigrazione è l’unica vera alternativa alla remigrazione.
reimmigrazione.com/2025/12/06/r...

#remigrazione #IntegrazioneOReImmigrazione
Remigrazione e realtà normativa: il paradigma Integrazione o ReImmigrazione come soluzione strutturale
di Avv. Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea, ID 280782895721-36 L’impressione che spesso si ricava dal dibattito pubblico è quella di uno scarto cr…
reimmigrazione.com
December 8, 2025 at 1:58 PM
Gli USA avvertono: l’Europa rischia di diventare irriconoscibile in 20 anni.
L’unica risposta è responsabilità e integrazione effettiva.
🔗 reimmigrazione.com/2025/12/06/c...

#ReImmigrazione #IntegrazioneOReImmigrazione
“Civilizational Erasure”: quando gli Stati Uniti certificano il rischio di dissoluzione culturale in Europa
di Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36) La National Security Strategy 2025 affronta il tema europeo con una franchezza che non …
reimmigrazione.com
December 6, 2025 at 2:19 PM
La NSS 2025 parla chiaro: senza identità non c’è sicurezza.
È il momento di un modello serio di integrazione, non di accoglienza senza criteri.
🔗 reimmigrazione.com/2025/12/06/c...

#ReImmigrazione #IntegrazioneOReImmigrazione
“Civilizational Erasure”: quando gli Stati Uniti certificano il rischio di dissoluzione culturale in Europa
di Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36) La National Security Strategy 2025 affronta il tema europeo con una franchezza che non …
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December 6, 2025 at 2:18 PM
“Civilizational Erasure” non è più un concetto teorico: gli Stati Uniti certificano il rischio di dissoluzione culturale in Europa.
L’Italia deve scegliere: Integrazione o ReImmigrazione.
🔗 reimmigrazione.com/2025/12/06/c...

#ReImmigrazione #IntegrazioneOReImmigrazione
“Civilizational Erasure”: quando gli Stati Uniti certificano il rischio di dissoluzione culturale in Europa
di Fabio Loscerbo – Lobbista iscritto al Registro per la Trasparenza dell’Unione Europea (ID 280782895721-36) La National Security Strategy 2025 affronta il tema europeo con una franchezza che non …
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December 6, 2025 at 2:18 PM